Le rivoluzioni, nel mondo del vino, non sono quasi mai cruente. Ma sono necessarie, a volte, per tracciare nuovi percorsi, pur inserendosi in tradizioni a volte secolari. Il Barolo Docg è, in questo senso, un esempio di studio e di riflessione per tutti gli appassionati.

Annoverato oggi tra i più grandi vini rossi del mondo, per qualità e anche per quotazioni, ha una tradizione alle spalle che affonda le sue radici centinaia di anni addietro. Eppure, contrariamente a quanto qualcuno ama pensare (interpretando la tradizione come un qualcosa di statico e inamovibile), il Barolo che conosciamo oggi è decisamente diverso da quello che era nell’Ottocento e, forse, anche nel Novecento.

Un cambiamento in parte dovuto al miglioramento delle conoscenze tecniche e, in parte, ad almeno un paio di “rivoluzioni”. La prima venne messa a punto a metà del XIX secolo ed ebbe come protagonisti Camillo Benso Conte di Cavour, la Marchesa di Barolo Giulia Falletti Colbert e l’enologo-commerciante Louis Oudart.

Innovazioni in vigna, miglioramenti in cantina e una rinnovata attenzione, potremmo dire “mediatica”, per questo vino fecero sì che nelle corti europee il nome di Barolo non fosse più così sconosciuto. La seconda rivoluzione, più documentata, fa riferimento ai cosiddetti “Barolo Boys”, ovvero la nuova generazione di produttori che in poco più di un decennio – dal 1983 al 1994 – misero in piedi, e in bottiglia, un nuovo Barolo.

La voglia di emergere sui mercati internazionali li portò a svecchiare totalmente il modo di fare vino nelle Langhe, vennero introdotte le barrique e si puntò a vini più immediati, facili per certi versi. Il successo internazionale, a cominciare dagli USA, fu notevole, e servì soprattutto a mettere nel mirino degli appassionati un vino fino ad allora poco conosciuto.

Salvo poi, come in molte rivoluzioni, tornare in parte a restaurare il vecchio stile. Nel senso che, ad oggi, quella rivoluzione che tanto bene ha fatto dal punto di vista del “branding” e dell’immagine di questo vino, non è quasi più rintracciabile a livello tecnico e produttivo. Il Barolo è tornato ad essere il vino austero, affinato in legni grandi, da dover aspettare e comprendere. Rispettando così la sua vera natura.

In pochi, parlando di Barolo, penserebbero al mare, eppure questo elemento è fondamentale per capire l’origine di questo vino. Fino a circa 65 milioni di anni fa, d’altronde, buona parte dell’Italia che attualmente conosciamo era coperta dalle acque, oltre alle zone costiere fin quasi agli Appennini, di certo era “mare” tutta l’attuale pianura Padana, fino appunto alle Langhe.

Normale dunque che il suolo sul quale sono piantate le vigne di Nebbiolo da queste parti sia derivato da formazioni geologiche costituite da sedimenti marini depositatisi durante il Miocene (8-12 milioni di anni fa). Per quanto riguarda il Barolo in senso stretto, il cui Consorzio di tutela nasce nel 1934 guadagnando la DOC nel 1966 e la DOCG nel 1981, il territorio delimitato dal disciplinare fa riferimento ai comuni di Barolo, Castiglione Falletto, Serralunga d’Alba, Monforte d’Alba, Novello, La Morra, Verduno, Grinzane Cavour, Diano d’Alba, Cherasco e Roddi.

Barolo tra le vigne
Barolo tra le vigne

Sul vitigno invece, similmente al Brunello di Montalcino che premia in modo assoluto il Sangiovese, non ci sono dubbi: Nebbiolo in purezza delle sottovarietà Lampia, Michet e Rosé. L’affinamento obbligatorio è di 3 anni, di cui 2 in botti di rovere o di castagno. Un vino che, come detto, dà il meglio di sé quando riesce a maturare in bottiglia per lunghissimi invecchiamenti. Pochi vini al mondo hanno la stessa longevità con la stessa eleganza, il Barolo infatti non è mai un vino muscoloso e di grande impatto.

Già nel colore, tipicamente granato come per tutti i Nebbiolo non d’annata, il pregio è nella compattezza più che nell’intensità, al naso i profumi sono lievi e lunghissimi più che forti e immediati. Al gusto, una volta raggiunto l’equilibrio, si tratta di un vino che sa esprimere sapidità e tannini in sequenza, il calore di Langa e la freschezza di un’acidità che sa accompagnare per decenni.

Zonazione e terroir del migliore vino italiano

Prodotti di questo tipo hanno ovviamente un prestigio tale che, tra gli appassionati, ci si muove alla ricerca dell’annata giusta, addirittura spesso si ricercano i produttori di una certa zona per alcune annate e di un’altra per vendemmie diverse. Come è noto, infatti, la stagione in vigna è quella che regola con precisione la qualità del vino che si otterrà e, in massima parte, anche il suo valore.

Annate fresche quindi saranno ottime per le zone più calde della Denominazione, viceversa le stagioni più calde e siccitose vedranno emergere i vini delle aziende poste in aree più fresche o alte. In questo senso, ma ovviamente anche per conformazione dei suoli e microclimi, un grande lavoro è stato fatto da anni per la “zonazione” del territorio, completata con la definizione delle “MeGA”, ovvero Menzioni Geografiche Aggiuntive.

Localizzazioni precise, veri e propri “cru”, studiati fin nei minimi dettagli anche grazie al lavoro di un grande personaggio del vino italiano come Alessandro Masnaghetti, che ha appena lanciato un bellissimo progetto online, già luogo di culto per gli appassionati di Barolo: https://www.barolomga360.it/.

Interno di una cantina
Interno di una cantina

Nelle Langhe, purtroppo, un altro elemento discriminante sono le grandinate, che stabiliscono addirittura la raccolta o meno delle uve in alcune vigne. In questo senso, come ben sa chi si occupa di vino, il danno può riguardare solo piccole parti della Denominazione, risparmiando totalmente le altre, quindi il valore dell’annata sarà un po’ più difficile da calcolare.

Il lavoro di offrire una valutazione della vendemmia lo fa, come è ovvio, il Consorzio di tutela, che ha messo a punto un sistema di valutazione in stelle (cinque è il massimo), con brevi descrizioni dell’annata, che arriva addirittura al 1946. Un progetto nato dall’enologo Armando Cordero, che lo ha curato personalmente sino all’annata 2012, poi divenuto collegiale grazie alla sintesi fra i dati del Consorzio di Tutela e le considerazioni della Commissione Tecnica di Degustazione “A. Cordero”.

Esistono tuttavia anche altre descrizioni, quelle delle singole aziende, come la bellissima e straordinariamente lunga Carta delle Annate dell’azienda Renato Ratti, un altro grande innovatore del Barolo, che arriva addirittura a raccontare la vendemmia 1868, definita Eccezionale (http://www.renatoratti.com/pdf/ita/Carta-delle-Annate-16.pdf).

Ma quali sono le migliori annate di Barolo mai prodotte?

Facile e fortunato il compito per gli ultimi anni, sono state giudicate a 5 stelle infatti le ultime due annate messe in commercio, la 2015 e la 2016, andando a ritroso poi si trova una sfilza di 4 Stelle dovendo arrivare addirittura al 2004 per trovare di nuovo il massimo punteggio. A 5 stelle anche l’annata 2001, poi scavallando il Millennio si contano come annate top la 1999, la 1997 e la 1990 (mentre 1994 e 1992 sono addirittura da 1 stella). Continuando all’indietro le annate importanti, eccezionali, cominciano ad essere più rarefatte, meno di una a decennio: 1982, 1971 e, per finire, 1947.

ANNATAGIUDIZIOPUNTEGGIO
2016Eccezionale*****
2015Eccezionale*****
2014Grande****
2013Grande****
2012Grande****
2011Grande****
2010Grande****
2009Grande****
2008Grande****
2007Grande****
2006Ottimo***
2005Grande****
2004Eccezionale*****
2003Buono**
2002Buono**
2001Eccezionale*****
2000Grande****
1999Eccezionale*****
1998Grande****
1997Eccezionale*****
1996Grande****
1995Ottimo***
1994Discreto*
1993Ottimo***
1992Discreto*
1991Buono**
1990Eccezionale*****
1989Grande****
1988Ottimo***
1987Discreto*
1986Buono**
1985Grande****
1984Buono**
1983Discreto*
1982Eccezionale*****
1981Discreto*
1980Ottimo***
1979Ottimo***
1978Grande****
1977Discreto*
1976Discreto*
1975Buono**
1974Ottimo***
1973Discreto*
1972Insufficiente
1971Eccezionale*****
1970Grande****
1969Discreto*
1968Buono**
1967Ottimo***
1966Insufficiente
1965Discreto*
1964Grande****
1963Insufficiente
1962Discreto*
1961Grande****
1960Insufficiente
1959Insufficiente
1958Grande****
1957Ottimo***
1956Discreto*
1955Buono**
1954Discreto*
1953Insufficiente
1952Discreto*
1951Buono**
1950Buono**
1949Discreto*
1948Discreto*
1947Eccezionale*****
1946Buono**

Un lavoro certosino quello fatto dal Consorzio di tutela con la valutazione delle annate, che stabilisce – in parte – i prezzi di questi vini. Tra l’altro proprio un Barolo, il Monfortino Barolo Docg Riserva di Giacomo Conterno, è considerato il vino italiano più costoso, con quotazioni medie di 1.100 euro la bottiglia.

Ma, ovviamente, questi sono prezzi medi e basati sulle annate normalmente in commercio, se ci si addentra invece nella ricerca per annate eccezionali, confezioni multiple (i grandi appassionati di solito ricercano lotti da 3 bottiglie) o formati maggiorati (per molti la magnum, 1,5 litri di capienza, è il formato più adatto all’invecchiamento dei grandi vini rossi), è davvero facile arrivare a quotazioni ancora più stellari. E se per stelle intendiamo zeri, si arriva facilmente a 5…

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