Intervista a Giuseppe Pizzolante Leuzzi, winemaker della Cupertinum

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Giuseppe Pizzolante Leuzzi enologo Cupertinum

Dal gennaio 2010 alla guida enologica della Cupertinum, Giuseppe Pizzolante-Leuzzi è un enologo che trasmette una forte sensazione di sicurezza e competenza, grazie a una pignola conoscenza del territorio e delle sue particolarità e alla cognizione complessa del settore vitivinicolo, anche nei suoi aspetti economici, legislativi e internazionali.

Sono passati quattro anni dall’inizio della tua collaborazione con la Cupertinum, facciamo il punto della situazione e proviamo a tracciare delle linee di evoluzione per il futuro?

Il bilancio è molto positivo. Dopo il normale periodo di conoscenza iniziale, abbiamo messo a punto i vini per il mercato internazionale e reimpostato il ventaglio delle proposte per il mercato regionale e nazionale. Iniziamo a raccogliere i primi frutti e i risultati sono buoni. È stato entusiasmante constatare che il Copertino Doc è conosciutissimo nel mondo da molto tempo. Aveva avuto dei momenti di scomparsa, ma alla nostra riproposizione la gente ne parla e lo assaggia col sorriso sulle labbra, con una positiva valutazione e un positivo ritorno di memoria.

Hai fatto un importante lavoro di diversificazione delle etichette, con una rosa di proposte che va dai Doc agli Igt.

L’obiettivo è di stare vicino alle esigenze dei mercati. Soprattutto all’estero, i vini a Denominazione controllata sono apprezzati perché danno un senso di sicurezza e tracciabilità, e sapendo di avere dei vini Doc poi affrontano anche gli Igt con più tranquillità. Al momento siamo molto centrati e ben impostati con i vini e con il loro rapporto qualità-prezzo. Il Copertino Doc, nelle sue tre proposizioni: Rosso, Riserva e Settantacinque, e gli Igt Salento: Negroamaro, Primitivo, il Rosato Spinello dei Falconi, il Bianco Cigliano, sono stati completati prima con gli Squarciafico Bianco e Rosato – più freschi e giovani – e poi, con la vendemmia 2012, con il Glykòs Passito. Ogni passo che facciamo diventa sempre una partenza per migliorare ulteriormente. Mi piace che i vini siano perfetti al naso e morbidi, per ora non abbiamo mai utilizzato la barrique, che può permettere di nascondere alcuni difetti. Di questo siamo soddisfatti sia per quello che riguarda le Riserve sia per i vini più giovani. Così come il Rosato è un vino simbolo del Salento, lo Spinello dei Falconi rimane un emblema della Cantina, che dà grandi soddisfazioni. Buoni risultati di vendita li abbiamo ottenuti anche con gli Squarciafico. Il ringraziamento va ai nostri viticoltori che ci consegnano uve sane e di alta qualità, il lavoro in cantina diventa più facile quando si hanno queste uve.

Al successo all’estero corrisponde anche un interesse nazionale?

La Cantina aveva dimenticato il mercato regionale e italiano, ora grazie a molte positive recensioni su riviste e guide, e al massimo riconoscimento ricevuto dalla Guida dell’Espresso, c’è – pur contestualizzato nel momento economico particolare – un interesse crescente che ci fa ben sperare.

In parallelo ai lavori di ristrutturazione architettonica che la Cantina sta affrontando in questo periodo è prevista anche una ristrutturazione tecnologica?

Abbiamo fatti dei grandi miglioramenti negli anni passati e li stiamo continuando. La cantina sta diventando bellissima e, assieme alla pineta e il parco dove è situata, creerà un ambiente molto invitante. È un lavoro strutturale e simbolico allo stesso tempo, perché anche grazie alle molte iniziative proposte stiamo diventando sempre più un luogo aperto e fruibile al territorio e al turismo. È un’altra mutazione positiva.

In futuro pensi di proporre dei vini affinati in barrique?

Questo è un bel cruccio perché i vini che facciamo – che come dicevo stanno avendo ottimi riscontri – non sono affinati in legno. È giusto pensarci, mi piacerebbe verificare un Copertino Doc morbido e giovane, con un passaggio in barrique, anche perché c’è una piccola fetta di mercato interessata.

Nel 2013 la novità che hai proposto è stata il Glykòs, passito da negroamaro.

È stata una felice novità, innanzitutto come risultato, ma anche come interesse e vendite. In Salento non c’è tradizione di passiti perché l’umidità – a causa dell’esposizione allo scirocco – nei mesi dopo la vendemmia era molto alta e non permetteva un appassimento perfetto. Negli ultimi vent’anni il cambiamento climatico, che a livello generale impensierisce tutti, ha cambiato un po’ le condizioni, la vendemmia è stata anticipata di quindici giorni (infatti la maturazione ottimale del negroamaro si è spostata a inizio settembre) e questo ci permette di gestire meglio l’appassimento. Ho studiato molto per fare i passiti, tecniche e luoghi in cui vengono prodotti tradizionalmente (sia al sud: Sicilia, Spagna, che al nord: Veneto, Francia, Germania). Il mix di queste situazioni e informazioni ci ha portato a questo risultato: un vino composito, concentrato, sorprendentemente ricco di sentori di marasca e prugna e, nel finale, di mirto e radice di liquirizia. Diventerà una delle bandiere della Cupertinum.

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