Cavit cresce grazie al boom dell’export di vino italiano in Usa.

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«Il mercato statunitense è avido di novità, il consumatore non vuole più subire passivamente la tv, vuole essere attore del prodotto. Per questo ci siamo inventati nuove formule, come la pizzagourmet, o la bottiglia in abbinamento automatico con il sugopronto firmato da una grande azienda o addirittura da uno chef». Giacinto Giacomini, direttore generale di Cavit, tra i primi gruppi vitivinicoli italiani, può ben dire che il suo è un osservatorio privilegiato per intuire con anticipo gli stili emergenti. Soprattutto quelli del “lusso di massa”, che arrivano dagli Usa, dove questo consorzio di cantine vende una grossa fetta del suo export. Secondo gli ultimi dati Nielsen è la prima nelle esportazioni di vino italiano negli Stati Uniti, dove l’Italia ha superato quest’anno la quota record di un miliardo di euro. I risultati, forniti dall’Ifwi, Italian Food & Wine Institute, dicono che le vendite complessive sono raddoppiate su quelle della Francia, quadruplicate sul Cile e aumentate di ben sette volte sulla Spagna, che pure nel 2005 era balzata al primo posto per quantitativi venduti nel mondo.

Passato l’effetto novità dei paesi produttori emergenti, come Cile, Australia, Sud Africa e Nuova Zelanda e superata la crisi americana, il nostro paese ha ripreso quota. Grazie soprattutto all’ottimo rapporto qualitàprezzo, dicono i dati diffusi da Lucio Caputo, presidente di Ifwi. Il prezzo medio per un vino italiano al dettaglio, è di 4,83 dollari, la California e la Francia vendono al doppio. Sì, l’arrivo dell’euro ha fatto salire i prezzi di almeno il 30%, ma nonostante questo anche nelle fasce più alte riusciamo a essere competitivi e un nostro vino venduto negli Usa a 12 dollari ha un valore aggiunto in termini di qualità del prodotto di gran lunga superiore a quello degli altri paesi.

La concorrenza si è fatta spietata, i margini vengono compressi, e per reggere bisogna riorganizzare la filiera produttiva, ma anche affinare le strategie di commercializzazione. I due fronti sui quali sta lavorando Cavit. Primo marchio del made in Italy in bottiglia, con quasi il 17%, in Usa, è un big formato da piccoli soci che tutti insieme riescono a mettere insieme un network produttivo e distributivo capace di portarli sugli scaffali dei supermarket e delle enoteche di tutto il mondo. Il marchio più venduto nella ristorazione Usa, secondo Restaurant Wine Magazine. Undici cantine sociali, 4.500 viticoltori, disseminati tra la Valle dei laghi, la Vallagarina e la Valle dell’Adige, il Campo Rotaliano e la Valle di Cembra. Microzone dai climi e terreni profondamente differenti, capaci di dare vita a un portafoglio ampio di etichette e prodotti, e di solleticare il gusto dei consumatori, in particolare gli americani, che si sono messi a caccia di novità, di tesori di nicchia. Territorio e hitech, vitigni autoctoni e avanzate pratiche di cantina: un modello di business per questo gigante che produce il 65% del vino del Trentino, capace di mettere insieme la dinamicità dei piccoli e l’economia di scala dei grandi.

Tutti i soci possono contare sui più sofisticati sensori per l’analisi del vino, utilizzati in tandem con l’Istituto di San Michele all’Adige, fucina di cervelli dell’enologia italiana. Con questo istituto Cavit ha messo in piedi il progetto “Il Maso” per l’individuazione di ecosistemi particolarmente favorevoli e l’utilizzo di vitigni di particolare pregio per la realizzazione di vini di altissima qualità, prodotti solo nella annate migliori. Come il Trentino superiore rosso Maso Toresella, uvaggio di Cabernet sauvignon, Cabernet franc e Merlot, dai vigneti sul lago di Toblino, dove c’è la sede di rappresentanza. Tra i fuoriclasse del gruppo, lo spumante Altemasi Riserva Graal, un metodo classico con 30% di Pinot Nero e 70 di Chardonnay.

Ma distribuire, oggi, non vuole solo dire più solo arrivare ovunque. Ci vuole qualcosa di più. Gli Stati Uniti hanno praticamente inventato i magazine dedicati alla cucina, nell’immediato dopoguerra. Oggi, è boom delle trasmissioni dedicate alla cucina. E negli Usa, ultimo trend, si stanno girando due reality show ambientati nei vigneti. La gente vuole mangiare e bere bene. Sempre e ovunque, non più solo la domenica. Al ritorno dall’ufficio, la sera dopo il cinema. Nascono così le nuove formule: la pizzagourmet, piatto griffato magari da portare a casa e dividere con gli amici; cibi in scatola firmati da chef, ultima moda dei ristoranti stellati, che vengono venduti con il vino giusto da abbinare, ultima moda dei ristoranti stellati. Il prêtàporter del gusto è il nuovo modello di vendita della buona tavola. Partito due anni fa, il progetto di Cavit punta a creare una grande rete di vendita comune tra vino, formaggi, succhi di frutta, dolci con formule legate agli abbinamenti e a eventi degustativi. I risultati parlano da soli. Il fatturato è salito del 6,5%. Gli Usa assorbono l’80% della sua produzione. E ora la formula sta per essere esportata in Cina. PAOLA JADELUCA, fonte La Repubblica.

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