Ad Aglianica 2006 Sud chiama Nord. Una vita con il Barolo…

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Sabato 2 settembre nel corso di Aglianica 2006, nello scenario suggestivo del Castello Del Balzo Orsini, a Venosa di Potenza, l’incontro con i grandi del Barolo Domenico Clerico ed Enrico Scavino (azienda Paolo Scavino) ha movimentato la seconda serata della tre giorni dedicata all’Aglianico del Vulture. Un evento promosso con la regìa di Go Wine che da anni collabora con questa importante manifestazione del Sud. Un pubblico da grandi occasioni ha assistito applaudendo al talk show coordinato da Giampaolo Gravina (dell’Espresso) e animato, nell’ordine,  dalle domande di Stefania Vinciguerra (Euposia), Richard Baudains (Decanter) e Maurizio Paolillo (Porthos). I due invitati langaroli si sono “raccontati” alla platea, per spiegare (seguiti attentamente anche dai vari produttori locali) che cosa ha reso grandi i loro vini. E così in questo reportage ecco il loro pensiero, una sorta di confessione a 360 gradi partendo dai temi che ispirano la loro vita…con il barolo.

Fin dalle prime battute è emersa una storia dalle molteplici sfaccettature, con punti di partenza diametralmente opposti ma caratterizzata da un agire comune: la grande passione per il territorio, l’amore per il proprio lavoro, la capacità di stare tutto l’anno sul campo (dove non basta l’opera del personale dipendente, per quanto capace e fedele), il ruolo fondamentale della famiglia e la disponibilità a lavorare e confrontarsi insieme ai colleghi. Il tutto, senza dubbio, favorito dal fatto di essersi trovati ad operare in un territorio molto speciale, perché – come diceva Scavino –… “sarebbe bastato “nascere” pochi chilometri più in là e sarebbe stata tutta un’altra storia; né basta usare le stesse viti per riuscire ad avere gli stessi risultati in climi e terreni diversi“. E poi ancora il richiamo alla possibilità di incontrare uomini speciali, come Angelo Gaia e Luigi Veronelli, che hanno saputo indicare percorsi da seguire. La famiglia Scavino era già in agricoltura negli anni ’20, ma la sua specializzazione sul vino parte dal 1958 e Clerico ha iniziato l’avventura del barolo nel 1979, acquistando un vigneto per provare a fare il vino. A questo quindi ci si deve riferire se si vuole parlare del ruolo della tradizione, intesa in un significato più globale che non richiede necessariamente la presenza di una “grande dinastia familiare” (mentre è fondamentale il ruolo della “donna” del produttore).

Certo – ha commentato Clerico – “una volta la geografia del Barolo era caratterizzata da alcuni nomi, ma oggi –  grazie anche al lavoro dei giornalisti, alle loro guide ed alla pazienza dei consumatori – sono finalmente premiati gli sforzi degli “altri”, quelli che hanno il coraggio di guardarsi negli occhi, confrontarsi e imparare anche sbagliando ma sempre con passione e con la capacità di emozionarsi“. Dagli anni ’80 il mondo del vino è cambiato, è cambiato il mercato, sono arrivate le docg (fondamentali per la rinascita e lo sviluppo) e soprattutto i produttori hanno saputo crescere insieme. Il prodotto è migliorato, i vigneti sono belli da camminare, le cantine si sono abbellite, ma… (Scavino) “il Barolo ha ancora problemi di comunicazione, perché i vignaioli non hanno tempo per occuparsi di comunicazione, divisi come sono tra i filari e le attrezzature: grazie allora a Go Wine, che  organizza queste occasioni“. E ancora (Clerico) “I produttori devono girare il mondo, per capire cosa fanno gli altri ed essere consapevoli della bravura altrui; poi devono puntare sui propri vitigni, in Piemonte il Barbera, il Nebbiolo, e in Basilicata l’Aglianico  e sono questi i prodotti da portare nel mondo”.

Negli anni ’90 è nato LANGA IN, un gruppo di 150/200 produttori uniti dal desiderio di stare insieme, ma – come in un matrimonio – a distanza di tanti anni (Clerico) “forse dovrebbero metterci un altro po’ d’amore. Non è sempre facile stare insieme. Il gruppo non dispone di una sala dove fare assaggiare i vini agli esperti delle guide (da 2 anni i campioni vengono degustati in provincia di Asti, perché ad Alba non c’è uno spazio). Da noi il consorzio di tutela non funziona, forse anche perché i produttori sono di manica corta, e intanto il mondo gira e i mercati si evolvono”. Quindi – hanno concluso i due protagonisti – “c’è un grande territorio, con un grande vitigno ed una grande storia (come in Basilicata, del resto); occorre fare in modo che l’Italia resti al centro del mondo, valorizzando il “terroir”: barolo come territorio, barolo come vitigno, ma anche disponibilità a sperimentare. E la valorizzazione passa anche dai vini assemblati, nei quali deve essere comunque assicurata una prevalenza  (almeno il 50%) di vitigni identificativi del territorio. Gli assemblaggi non sono l’unico errore: la perdita di identificazione c’era stata anche col Barolo, a forza di andare dietro al mercato. Ma il nebbiolo resta sempre il vino di riferimento: possono cambiare le rese, i grappoli, i sesti, ma quello che conta è ciò che si beve, tanto in Piemonte col nebbiolo quanto in Basilicata con l’Aglianico. E poi, soprattutto, non conta il singolo produttore (che in una vita opera comunque in un numero irrilevante di vendemmie, 30 o 40) ma è più importante l’unione degli operatori, che insieme conducono 500, 1000 campagne.

La grandezza del vino dipende dal territorio, inteso come geografia, storia, cultura, insieme ai vitigni ed alla gente che vi abita, vi lavora, e sperimenta. Dobbiamo anche tornare ad un’agricoltura più rispettosa dei ritmi e dei tempi; gli impianti moderni durano poco, 20-25 anni, quasi ¼  delle vigne di Borgogna: c’è stata troppa fretta di ottenere risultati immediati, per cui è bene fare spazio ai giovani produttori, che avranno il tempo e la pazienza di aspettare i risultati”.

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